Conosco Roberto da una vita. Da quando abitavamo insieme a Candelo, in via Santa Croce.

Sono stato a molte discussioni di tesi di laurea. E' la sua una di quelle in cui mi sono emozionato di piu'. Cosi' come quando e' riuscito a vincere il concorso per il dottorato.
Mi ha mandato una lettera, in cui ripercorre passo a passo come Gabriel e Jose' gli avevano parlato della dittatura argentina.
Facevo la terza media e Gabriel venne a parlare in classe. Gabriel raccontava la sua esperienza, le sofferenze patite, il dolore e le violenze che l’infame dittatura aveva provocato in Argentina. Gabriel è stato uno di quelli che sono riusciti a scampare alla tirannide. Gabriel è il fratello di Josè, ma Josè non è più tra noi. La dittatura uccide sempre, anche con qualche anno di ritardo.
Ho conosciuto i Baravalle molti anni fa ed ero ancora un bambino. I Baravalle erano i miei vicini di casa. Erano strani. Soprattutto rispetto agli standard biellesi, il cui prototipo ricordava e ricorda l’incarnazione del provincialismo, della propensione al biasimo e della tendenza alla superficialità.
I Baravalle erano strani, perché diversi. Loro non biasimavano nessuno. Non erano provinciali, perché erano stranieri. I Baravalle erano strani e stranieri. Loro non criticavano nessuno. Loro pensavano. E pensavano con un acume di giudizio tale da indurmi a frequentarli, perché erano riusciti a suscitare in me una curiosità improvvisa, forse precoce, ma in un certo senso premonitrice.
Frequentavo il loro figlio maggiore, Andres, perché era quasi mio coetaneo. Quasi, perché era più piccolo, più magro, più smunto e spesso più inquieto. Andres a 12 anni leggeva Eco e Calvino, io a 13 Topolino e l’Intrepido; per essere corretti, non leggevo l’Intrepido, ma ritagliavo le immagini dei calciatori. Andres a 12 anni leggeva Machiavelli. Per me Machiavelli era un gioco di carte. Nonostante questo, diventammo amici. Lo siamo tuttora. Non amo stilare classifiche dei miei amici, però se dovessi scegliere il migliore fra essi, probabilmente sceglierei lui. Andres è leale, affidabile e intelligente e, benchè continui a essere sempre più smunto, è anche coraggioso. Andres non si tira mai indietro. Specie se sta nel giusto.
Frequentando Andres, frequentai la sua casa, i suoi genitori Josè e Graciela, e Gregorio il suo fratello più piccolo. I suoi genitori, erano ospitali, gentili, amichevoli e conviviali, benché un sottile velo di tristezza affiorasse talora dai loro modi pacifici. Ogni loro affermazione era sempre dettata da profondità d’animo e consapevolezza. In tutta la mia vita, non ho mai sentito un Baravalle parlare a vanvera. Neanche quello piccolo.
Quando Gabriel uscì dall’aula, molti miei compagni di classe erano increduli per quanto avevamo sentito. E fra i vari compiti l’insegnante decise di affidarci una ricerca che aveva come obiettivo la violazione dei Diritti Umani nel mondo. Ad una rapida occhiata, c’era l’imbarazzo della scelta. I miei compani non sapevano quale diritto violato scegliere e in quale continente sceglierlo.
Io, però, conoscevo Josè, il fratello di Gabriel, e avevo per le mani uno scoop clamoroso. Ero sfacciato. Andai a intervistarlo. Ero sfacciato, ma avevo 13 anni. La prima intervista fu un disastro e l’insegnate rimproverò i miei risultati. Tornai dopo due giorni, perché avevo nuove domande, più insistenti, più penetranti. Avevo 13 anni. Ero sfacciato.
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